7. Valutazioni conclusive
Considerato nel suo insieme, l’andamento delle erogazioni delle fondazioni piemontesi non si discosta dal profilo già emerso negli ultimi anni. Esso permette di interpretare il ruolo delle fondazioni in Piemonte quali soggetti fortemente impegnati nel promuovere una evoluzione dell’economia del territorio verso una configurazione meno industriale – e, di fatto, questo elemento costituisce se mai un fattore critico –e più incentrata sulla ricerca da un lato, e sulla valorizzazione di quell’insieme di fattori riepilogabili quali “heritage”: storia, cultura, tradizioni e saperi, collegati al paesaggio ed all’enogastronomia. Su tale quadro, nel quale le fondazioni piemontesi operano in sostanziale sintonia fin dai primi anni Duemila, si innesta recentemente una urgenza direttamente collegata con l’evoluzione, negli ultimi tempi per certi versi drammatica, della spesa pubblica territoriale ed in particolare della finanza locale. Tutte le fondazioni hanno compiuto in tale frangente una virata in direzione di una più forte attenzione ai connotati sociali delle proprie erogazioni, senza peraltro dimenticare che alcune aree, e segnatamente quella della cultura, dello spettacolo ma anche della conservazione del patrimonio, dipendono più di prima dalla continuità del loro impegno in materia, e dalla sua credibilità nel tempo. I comportamenti delle fondazioni maggiori e di quelle più piccole e più legate al territorio si differenziano tuttavia al riguardo. Si ritrova, negli impegni delle seconde, ed in modo particolare per quanto riguarda il 2010, la sensazione pressante di dover restare a fianco dei territori, coprendo con una coperta sempre più corta il ridimensionamento di eventi, iniziative, opportunità che ormai tocca da vicino il tessuto sociale e l’imprenditoria sociale piemontese. Per ciò che concerne invece le fondazioni di maggiori dimensioni, pur nella forte attenzione alle esigenze più dirette del territorio (come visto in precedenza, intermediate più attraverso la sussidiarietà del terzo settore che attraverso l’intensificarsi dei rapporti con gli enti locali), esse restano chiaramente orientate a sviluppare progressivamente una propria progettualità diretta ed operativa quale strumento di cambiamento del tessuto locale e di promozione del superamento della crisi. Emblematico in questo senso il ruolo dello strumento Fondazione Sviluppo e Crescita – CRT, che lo scorso anno ricevette una capitalizzazione straordinaria, e che nel 2010 ha avviato l’intervento sul’area OGR di Torino, certamente foriera di un importante trasformazione urbana. Allo stesso modo meritano di essere ricordati i progetti riguardanti i giovani ed il loro inserimento professionale e sociale in uno spirito ormai aperto alla globalizzazione (Master dei Talenti di Fondazione CRT, Youth Empowerment Partnership di Fondazione CR Cuneo). E’ significativo in proposito notare che il ridimensionamento delle borse di studio regionali non ha dato luogo ad un intervento di semplice supplenza e trasferimento di fondi, ma semmai al potenziamento dei progetti di sostegno allo studio ideati e perseguiti direttamente dalle fondazioni: un segnale dunque di autonomia e di fiducia nelle proprie autonome capacità progettuali (con qualche criticità dovuta alla non piena complanarietà tra i target delle diverse iniziative). A proposito del sostegno al sistema scolastico, sembra emergere con una certa nitidezza un apporto specifico ed originale da parte della progettualità di alcune fondazioni, che si collocano oltre l’orizzonte della copertura di esigenze immediate ormai non più garantita dalla spesa pubblica scolastica, e prima del sostegno all’esordio sul mercato del lavoro, che caratterizza il Master dei Talenti. Questa dimensione emergente investe propriamente la sfera della didattica e del modo di fare scuola nel nuovo contesto di risorse scarse, inclini per ciò stesso ad abbandonare intere aree territoriali e interi segmenti di lavoro, e risalta in modo particolare nei programmi della Compagnia e della fondazione cuneese. Se confermato nel tempo, si potrebbe determinare una fase di intenso rapporto tra fondazioni e sistema scolastico, come quella che caratterizzò la fase di diffusione della informatizzazione nelle scuole avviata dal Progetto ICT di Fondazione CRT.
Le incognite più significative, sulle quali sarà interessante soffermarsi alla luce dei dati del 2011, riguardano prevalentemente due aspetti.
Il primo concerne la “robustezza” del sistema rappresentato dalle Fondazioni Bancarie piemontesi rispetto al prolungarsi della congiuntura economica e finanziaria sfavorevole. Dopo quasi cinque anni di insicurezze, rendimenti insoddisfacenti sia per quanto concerne le partecipazioni strategiche che quelle puramente finanziarie, il sistema sarà ancora in grado di offrire al territorio una prospettiva credibile per quanto riguarda la consistenza delle erogazioni? La risposta a questo interrogativo si basa su due fattori: la capacità di fare profitti comunque attraverso operazioni di trading, di gestione al margine delle proprie partecipazioni, di ripensamento strategico se del caso; la consistenza delle riserve obbligatorie e volontarie create durante i periodi più favorevoli. La chiusura del 2010 è rimasta complessivamente entro margini più che accettabili al riguardo, tanto che gli accantonamenti a riserva in vista delle future, purtroppo possibili, difficoltà è risultato nettamente maggiore dei prelievi verificatesi sui fondi in precedenza accantonati. Ma è chiaro che l’eccessivo prolungarsi dei disagi di redditività del patrimonio innescheranno un diverso equilibrio al riguardo delle erogazioni.
Il secondo interrogativo riguarda la tenuta di quella speciale relazione tra erogazioni, interessi locali e gestione attiva di una – piccola – quota del patrimonio nel quadro dei “mission related investments”.
Questo “ciclo integrale” virtuoso, che tutte le fondazioni, in misura diversa, hanno impostato e valorizzato nell’ultimo decennio, sembra entrare in crisi, indebolito su più fronti. Le erogazioni ridotte, e le necessità sociali più pressanti non più garantite dalla spesa pubblica, spingono a gestire interventi più immediati: c’è forse meno tempo per impostare progetti lungimiranti, in grado di sostenersi nel tempo (eppure proprio di questi c’è più bisogno per uscire dall’emergenza); la necessità di fare utili subito spinge ad abbandonare investimenti più pazienti (anche se questa tendenza è in parte compensata dall’idea che ormai tale è il rischio in operazioni finanziarie anche tradizionalmente sicure, che è forse preferibile assicurarsi comunque un risultato “morale” positivo, e magari anche un piccolo guadagno in sovrappiù). Soprattutto, il problema investe le grandi strategie di medio termine, nelle quali l’impostazione conosciuta come “venture philanthropy” è veramente messa alla prova. Resisterà in questo frangente la volontà, nello spettacolo, nella conservazione in termini innovativi e tali da permetterne la sostenibilità nel tempo? Si troveranno, nei prossimi anni, privati davvero disposti ad affiancare operazioni di questo tipo, in un contesto dove la domanda interna stagnante non infiamma certo gli entusiasmi degli sponsors potenziali? Occorrerà combattere per ottenere un regime fiscale più attento in queste direzioni, abbandonando la tradizionale ritrosia verso opzioni che interrogano più chiaramente la politica?
Il prossimo biennio chiarirà molte cose. Per il momento, si termina constatando che il 2010 ha lasciato, comunque, spazio per qualche opzione positiva verso il futuro.

