4. Fondazioni Bancarie e ricchezza delle famiglie: una sinergia sottovalutata
Dopo aver passato in rassegna gli “ostacoli alla crescita” tratteggiati nella relazione di Banca d’Italia, ed aver posto in risalto rispetto ad essi le iniziative delle fondazioni bancarie piemontesi, occorre soffermarsi ora su un’altra dimensione dell’economia e della società italiana, che per vie diverse nuovamente si pone come materia di confronto per le fondazioni bancarie.
E’ elemento ormai acquisito che la ricchezza delle famiglie italiane ha risentito della crisi in misura assai minore di quanto accaduto alla ricchezza accumulata dalle famiglie in altri Paesi.
f: Ricchezza delle famiglie in proporzione al reddito nominale disponibile (numero indice 2002=100)
Come si nota nel grafico F, solo le famiglie francesi e forse tedesche (per la Germania manca il dato del 2009) hanno potuto fare meglio di quelle italiane nel difendere la propria ricchezza netta di fronte alla crisi finanziaria ed immobiliare che invece ha travolto altri mercati.
Molteplici fattori concorrono a questo risultato: la minore esposizione della ricchezza finanziaria a titoli a rischio, un comparto immobiliare nonostante tutto di dimensioni relative inferiori a quello presente altrove, città e paesi meno esposti a bolle di mercato per abitazioni e uffici, fenomeni di accumulazione non di natura repentina ed esplosiva, ma piuttosto duraturi nel tempo e misurati con il metro della gradualità e della inclusione di nuovi gruppi sociali. Alcuni di questi aspetti , nell’epoca recente, non si riproducono più e anzi sono certamente in fase di erosione, ma proprio il sostrato prodotto nel tempo permette di attutire gli effetti delle difficoltà attuali su determinati gruppi sociali, in primo luogo i giovani.
E’ inevitabile sottolineare che questo scenario, pur mantenendo anche oggi la sua sostanziale validità, ha subito nel corso dell’estate un grosso impoverimento, connesso soprattutto alla crisi del mercato finanziario e dei titoli di stato.
Questa situazione permette, negli anni che viviamo, di disporre di un formidabile fattore di contrasto all’avvitamento della crisi su se stessa, sia per quanto riguardo il settore privato ed i suoi delicati equilibri di reddito e di trasferimento intergenerazionale, sia per quanto riguarda la finanza pubblica, essendo questa consistenza patrimoniale una componente non trascurabile nella riduzione del rischio-Paese legato al debito pubblico(11).
Il quadro descritto nelle righe precedenti contiene già elementi utili alla riflessione delle fondazioni.
Esse, intanto, rientrano pienamente in questo sistema, non solo per collocazione istituzionale ed originaria, ma anche per il modo con il quale concretamente hanno operato dalla loro costituzione fino a questi anni, proteggendo la ricchezza derivata dall’apertura al mercato del sistema bancario italiano, in modo da adoperarla a sostegno dei compiti di interesse generale a loro assegnati dalla legge, ed allo stesso tempo proteggendo dalla crisi il sistema bancario, interpretando con profondità di campo il ruolo di azionista orientato al lungo periodo.
L’equilibrio tra queste due istanze è tuttavia complicato da reggere, di fronte alla permanenza della crisi. La necessità di risorse da destinare ai compiti istituzionali, oggetto di sollecitazioni sempre più impazienti dal territorio di riferimento, si scontra con le esigenze delle banche di disporre di adeguati margini patrimoniali, il cui ottenimento impone cautela nella distribuzione di utili, quando non il richiamo di nuovo capitale dagli azionisti. Questa tensione, che naturalmente va commisurata alla quota di proprietà delle banche detenute e al peso che essa esercita sul patrimonio delle fondazioni, tende ad accrescersi anche per le fondazioni piemontesi: mentre una sola, piccola, banca presenta un coefficiente Tier1 di poco insufficiente(12), e dunque obbligherà la fondazione che ne possiede la quota di maggioranza a scelte indubbiamente delicate in materia, per altro verso per quasi tutte le banche con le quali le fondazioni associate sono maggiormente coinvolte dal punto di vista della proprietà nell’ultima anno si è registrato un peggioramento dei parametri di vigilanza, pur senza giungere a livelli tali da richiedere interventi.
La tensione tra queste esigenze diverse può inoltre scaricarsi in parte su altri aspetti significativi della gestione patrimoniale: tra gli avvenimenti significativi dell’anno va ricordato in proposito l’abbandono degli investimenti in fondi etici che ha riguardato la sgr Fondaco, espressione di Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo e Fondazione CR Cuneo, scelta compiuta esplicitamente in ragione della ricerca di minori vincoli e di maggiori rendimenti; l’allarme che tale scelta potrebbe suscitare è temperato dal fatto che tale gestione presentava differenziazioni limitate rispetto alla gestione più libera.
Oltre a svolgere un ruolo attivo nel mantenimento di quella ricchezza che, sebbene non detenuta direttamente dalle famiglie, è impiegata per sostenere iniziative e progetti che in vario modo vanno incontro alle esigenze delle famiglie stesse, in particolare di quelle in difficoltà, le fondazioni sono sollecitate anche da un altro angolo di visuale in merito al tema della ricchezza detenuta dagli italiani.
Il punto di partenza di questo ragionamento è posto nella consapevolezza crescente che una ricchezza che per gran parte rifletta fattori reali anziché fenomeni di speculazione è un potente fattore di interesse nazionale, e che senza ovviamente immaginare che essa possa essere immune dai fenomeni speculativi internazionali, è tuttavia possibile mettere in campo politiche capaci di ottenere, almeno in parte, risultati di questo tipo, in particolare nel campo della ricchezza immobiliare.
Politiche urbanistiche caute sui volumi edificabili, ma attente alla qualità della vita urbana ed alla modernizzazione delle infrastrutture sono ad esempio un potente antidoto alla diffusione di bolle immobiliari; politiche del turismo meno esposte sul versante della quantità di vani da produrre, e tali da incoraggiare la redditività del patrimonio immobiliare privato attraverso la generalizzazione dell’affitto, in condizioni di trasparenza e non nel contesto dell’economia sommersa è un altro fattore non trascurabile di stabilizzazione.
Se questo è vero, è evidente che il modo con cui le fondazioni piemontesi hanno accompagnato ed accompagnano la trasformazione urbana, non solo a Torino ma negli altri capoluoghi ed in tanti centri minori delle province ha profondi effetti sulla salvaguardia della ricchezza delle famiglie nella nostra Regione. In maniera diretta, come si è già scritto le fondazioni piemontesi operano da qualche tempo nel campo delle iniziative immobiliari attraverso il sostegno al social housing, vale a dire a progetti di edificazione residenziale rivolti al mercato degli affitti a condizioni al di sotto degli attuali rendimenti attesi dal mercato, e arricchiti da un’ offerta collaterale di servizi per la persona e la famiglia, aventi per target di riferimento non le fasce di reddito debole proprie dell’edilizia popolare, ma la fascia dei cosiddetti “redditi grigi”, molto allargata a seguito della crisi. Tali progetti, peraltro, non raramente contribuiscono a valorizzare ed allo stesso tempo equilibrare contesti urbanistici a basso valore ed in qualche modo problematici. Accanto a questi interventi, che oggi vedono coinvolti Torino, Cuneo e attraverso l’Associazione regionale quasi tutte le fondazioni piemontesi, occorre ricordare che il recupero e la fruizione diffusa del patrimonio storico ed architettonico regionale comporta quasi invariabilmente un ritorno positivo sull’ambiente circostante – una esternalità positiva, per dirla con il linguaggio dell’economia – in grado di incidere favorevolmente sui valori immobiliari, legandone la rivalutazione non ad un fenomeno speculativo ma ad un reale apprezzamento della qualità urbana. In alcune circostanze, la vastità e la pervasività degli interventi hanno permesso di valutare empiricamente l’ampiezza di tale fenomeno (è il caso, ad esempio, del mercato immobiliare in prossimità delle Regge Sabaude).
Per altro verso, concetto analogo può essere espresso in riferimento ad altre iniziative di riordino urbano o di lavori pubblici sostenuti o addirittura gestiti direttamente dalle fondazioni.
E’ per certi versi curioso notare che, con opportuni accorgimenti, è possibile determinare e misurare il valore delle’esternalità prodotta, della quale gli attori in campo sono spesso inconsapevoli, a differenza di quanto non accade con gli interventi erogativi a sostegno dello sviluppo e della innovazione, condotti con piena consapevolezza ma assai più nebulosi dal punto di vista della effettiva determinazione dei riflessi.
Una considerazione di fondo, infine, collega gli uni e gli altri, vale a dire il carattere episodico, se non l’assenza vera e propria, di “advocacy” che caratterizza le fondazioni piemontesi (aspetto questo già rilevato in occasione del Rapporto del 2008, e richiamato ad inizio paragrafo in relazione alle difficoltà della giustizia in Piemonte). Advocacy, per inciso, è quell’atteggiamento che conduce un soggetto a farsi interprete di una convinzione, di una interpretazione di fatti pubblici, alla quale aderisce e che ritiene opportuno promuovere, sia direttamente sia favorendo l’impegno di altri in tal senso.
Nel caso specifico, sia in relazione ai temi dello sviluppo locale e della competitività dell’industria, sia in relazione alla difesa della ricchezza delle famiglie, ed in generale alla valorizzazione della propria iniziativa, le fondazioni piemontesi si muovono con grande prudenza e modestia; in tal modo sicuramente lasciano parlare i fatti concreti, ma altrettanto sicuramente rinunciano a costruire nel tempo una convinzione ampia e condivisa, ed in definitiva una massa critica di azioni, che potrebbero forse ampliare e strutturare in modo migliore le ricadute positive del proprio operato.
(11) Come più volte argomentato negli articoli di M.Fortis, responsabile della Fondazione Edison, la consistenza della ricchezza detenuta dai privati costituisce di fatto un fattore di bilanciamento del debito pubblico, e come tale dovrebbe essere considerato dai mercati. Su insistenza anche italiana, peraltro, questa argomentazione ha iniziato a trovare spazio nella riflessione europea, e trova eco anche nel dibattito aperto sul tema degli eurobond.
(12) Nel caso, anche il totale di patrimonio di vigilanza è al disotto del parametro di riferimento.

