2. Annotazioni sull’economia italiana
Per quanto riguarda specificamente l’economia italiana, è opportuno tratteggiare i punti che paiono salienti, alla luce dell’esigenza di impostare senza troppo indugio il ragionamento che qui interessa, il fare e l’essere delle fondazioni in rapporto alla prospettiva di contribuire fattivamente al rientro verso uno sviluppo più incisivo per quantità e qualità.
Sotto questo profilo, l’impostazione tradizionalmente adottata sottolinea il ruolo esercitato dalle fondazioni di origine bancaria nel campo del sostegno alla ricerca scientifica e tecnologica, evidenzia il contributo proveniente da esse che sorregge, in modi e forme diversificate, il sistema locale del welfare – con un netto aumento dell’importanza di quest’area dopo il 2008 – e infine il supporto di cui gode il settore della produzione culturale e della conservazione del patrimonio culturale italiano tramite le risorse stanziate dalle fondazioni.
E’ utile ricordare in proposito che, a livello nazionale, nel 2009 le fondazioni hanno distribuito risorse in questi campi rispettivamente per 196,2 milioni (ricerca), 280 milioni (welfare) e 407,5 milioni di euro (arte e cultura), mentre per quanto riguarda il 2010 non sono al momento disponibili indicazioni dettagliate, ma tutto lascia presupporre che il riscontro sia analogo, a fronte di un volume di erogazioni complessive stimate dall’ACRI di 1,366 miliardi di euro (1,4% in più rispetto al 2009).
Va inoltre considerato che a queste cifre si sovrappone anche il contributo derivante da scelte di investimento – sia legato più propriamente alle mission proprie delle fondazioni, sia connesso al sostegno al territorio, sia infine derivante da scelte di portafoglio aventi carattere di “sistema nazionale” – che seppure non estrapolabile con precisione, ha comunque una notevole importanza, e talvolta un peso localmente molto significativo.
Senza sottovalutare questi aspetti, c’è però da domandarsi se l’efficacia di questo apporto non possa essere migliorata attraverso implementazioni più mirate, e parallelamente se una riflessione più approfondita circa i sintomi e le cause della debolezza economica italiana in questo momento non suggerisca al mondo delle fondazioni quantomeno l’opportunità di ragionamenti ulteriori.
Si tratta di un filone di pensiero che il rapporto dell’Osservatorio aveva già proposto alla attenzione delle fondazioni piemontesi lo scorso anno, ma che oggi è possibile articolare con maggiore precisione e concretezza.
Recentemente, infatti, il contributo di analisi proveniente da numerose istituzioni economiche e scientifiche, nonché da singoli autorevoli studiosi, ha consentito di arricchire l’interpretazione dell’attuale fase della vita economica nazionale, evidenziando aspetti che incoraggiano qualche stimolo innovativo di pensiero sul versante delle fondazioni di origine bancaria.
E’ utile, in proposito, ripercorrere le osservazioni contenute nella Relazione Annuale della Banca d’Italia per il 2010.
e: produttività del lavoro area ocse (tassi annui di crescita)
In tale documento, il problema fondamentale è identificato nella bassa crescita della produttività nell’industria italiana (graf.E) – in poco più di un decennio, la crescita media è stata circa dieci volte inferiore alla produttività francese e tredici volte a quella tedesca – a sua volta da collegare ad un insieme di componenti frenanti, quali: un approccio fiscale inadeguato; la dimensione media d’impresa troppo modesta e assolutamente insufficiente a sostenere sia la penetrazione sui mercati emergenti sia la ricerca innovativa, anche perché affiancata da ulteriori elementi di freno quali l’estensione del controllo familiare d’impresa e soprattutto della managerialità familiare; l’ostruzione rappresentata dai lenti e talvolta esasperanti regimi di autorizzazione ad operare, anche e forse soprattutto su scala locale; la lentezza del sistema giudiziario in campo civile; il sistema educativo spesso insufficiente; la lentezza nel predisporre infrastrutture di collegamento adeguate ai tempi.
Ciò non toglie, peraltro, che altre indagini evidenzino la forte competitività che tuttora contraddistingue una fetta non trascurabile dell’industria manifatturiera nazionale, con posizioni di preminenza su specifici prodotti e macchinari tali da renderla il più temibile concorrente rispetto all’industria tedesca su parecchi mercati emergenti. Queste posizioni di eccellenza, che l’utilizzo di specifiche indagini merceologiche permette di identificare con estremo dettaglio, ma che purtroppo non è possibile al momento ricondurre e circoscrivere con chiarezza al solo Piemonte, sono però nell’insieme troppo modeste per modificare il quadro complessivo. Relativamente al caso piemontese, inoltre, una pregevole indagine sempre relativa al settore manifatturiero ha fatto emergere come gli sforzi innovativi compiuti in media dalle imprese e l’efficienza raggiunta nella gestione dei fattori di produzione siano di assoluto rilievo – superiore perfino a quanto raggiunto nelle regioni europee più dinamiche – ma che l’assenza di un tessuto industriale regionale di produzioni innovative caratterizzate dalla maggiore espansione della domanda finale di consumo penalizza oltremisura gli effetti di tale efficienza: in sostanza è il mix produttivo che storicamente si è determinato a creare i presupposti per la bassa crescita della regione, e non lo scarso tasso di innovazione(4).
(4) Cfr. G.Russo, S.Cassetta “Crescita ed Innovazione in Piemonte attraverso una lettura comparata di tavole input – output”, Comitato Rota, 2010.

